Datemi il nome che volete, poi dimenticatelo, perché quello che vi sto per raccontare è storia di magia, e non c’è nulla, oggi, di più disdicevole. Non vorrei, sia chiaro, rendervi complici di un tale misfatto, che poi si dica «voi lo sapevate». Bruciate queste pagine se per vigliaccheria o curiosità continuate a leggere. E dimenticatele. Un segreto è tale solo se resta segreto.

Mi è accaduto la notte del 10 agosto, alle pendici della Monna, dalle parti dell’Osservatorio. Mi ero allontanato solitario in una sterrata oscura, tra antiche querce e faggi secolari, verso valle del Roveto. Occorre il buio per veder le stelle.

Era una mattina di giugno del 1999 e guardavo per l'ultima volta il mio ufficio.
Il sole era caldo e filtrava dalla finestra disegnando strane forme sul muro.
Ricordo la prima volta che vi ero entrato. Era lindo, le pareti erano state imbiancate da poco ed il pavimento era lucido e scivoloso. Il sole disegnava sulle pareti appena dipinte le stesse strane figure, quel giorno mi sembravano farfalle ma non quella mattina di giugno. Quel giorno mi sembravano grotteschi scarafaggi che mi scrutavano ridendo.

 

Bianca, la simpatica capretta mia vicina di casa, con molta disinvoltura, quasi ogni giorno, si apparecchiava il desinare sul prato condominale piuttosto che nel territorio del suo padrone. Con agilità e scioltezza, una volta che aveva deciso, senza ripensamento alcuno, saltava con slancio la rete: mezzo giro e oplà, il prato era tutto a sua disposizione.
La prima volta che osò superare la barriera fu perché era stata colta da livida invidia per il montone che, bestia possente, era balzato in territorio “straniero”. Lei, così alta, così slanciata, non avrebbe mai potuto rimanere nel recinto e, se fino ad allora lo aveva fatto, era stato solo perché era timorosa.
Detto fra noi, se vale per l’uomo, vuoi che non sia più che valido anche per capre e pecore il detto “l’erba del vicino è sempre più buona?”

 

Il signor Tang era preoccupato per suo figlio, da bambino era molto intelligente, ma crescendo era stato preso da follia. Quando sentiva un canto pensava fosse un pianto, un profumo lo considerava puzza, il dolce per lui era amaro, il bianco era nero e il nero era bianco. “Andando avanti così – si diceva il povero padre – confonderà l’amore con l’odio.”

 

“Come in un sogno che mi ricava”

Come un sogno che mi ricava, quante volte ho visto le stelle brillare lassù.
Guardavo questa neve bianca come il suo cielo da lassù, un velo magico imbiancava tutta la terra, non ricordo mai nessuno spettacolo così meraviglioso.