Io sono un uomo distratto, ho sempre la testa tra le nuvole. Lo so che non fa bene, ma volare con la fantasia mi è sempre piaciuto. È un brutto vizio, lo ammetto, è come fumare: il fumo va in alto e si mischia alle nuvole, mentre a terra resta solo cenere.
Però non riesco a smettere.

La colpa è di mia nonna e di un camino.


A quei tempi non c'era la televisione e nonna ogni sera ci raccontava storie. Mi resta il dubbio che se le inventasse; oppure, chissà! Una famiglia fantastica, di eroi, poeti, artisti, navigatori... Sì, la colpa è sicuramente di nonna. Un giorno in cui ero triste per un rimprovero della maestra mi disse: « Oscar, non è un peccato avere la testa tra le nuvole, purché si abbiano sempre i piedi per terra».
La guardai perplesso. Allora mi portò in giardino, davanti a una grande quercia: «Guarda i suoi rami, come tendono all’alto. Più le radici penetrano in terra, più i rami salgono verso il sole».

Trovai così sensate le sue parole che da allora rinunciai ai sensi di colpa per la mia testa tra le nuvole. Purtroppo però ho spesso dimenticato di tenere i piedi per terra. E a forza di frequentare l’alta atmosfera mi è venuto un reumatismo alla fronte, tra l’occhio e l’orecchio, dove il dolore si sente meglio. Le nuvole d’altronde sono umide.
In altre parole, sono diventato un meteoropatico affetto da cefalea a grappolo. In genere mi accorgo che sta per scoppiare un temporale ancor prima dei miei cani. Se sto dormendo mi sveglio con un chiodo ficcato nella tempia.
Nei giorni di pioggia vago ubriaco tra una stanza e l’altra, e sbatto sulle pareti come un calabrone impazzito. Quando è notte fonda e la luce mi dà fastidio, per sopportare il malessere immagino di essere un pipistrello.

Soffro parecchio, ma il dottore non mi crede.
Dalle analisi non risulta niente. Secondo me invece la diagnosi è ovvia: se da decenni sto con la testa tra le nuvole (spesso gonfie di lacrime e pioggia), è naturale che l’umidità mi abbia reso sensibile a qualsiasi cambio di clima. Se le nubi sono nere, io sono d’umor nero. Se ci sono i fulmini divento elettrico. Se piove, verso lacrime amare. Se però c’è l’arcobaleno, mi eccito e divento di sette colori.
Va detto che quando è sereno, io sono sereno. Quando sto male sto male, ma quando sto bene, sto bene veramente. Ho capito che, per quanto le nubi possano essere scure e pesanti, oltre ci sono sempre il sole e le stelle. «Le nuvole vanno, vengono, ogni tanto si fermano, e quando si fermano sono nere come il corvo»,
Ma io ho imparato a guardarle in faccia, anche se a volte hanno il sembiante di un orco, e poi a lasciarle andare insieme al vento, mentre intanto cerco curioso quel pizzico di cielo, che c’è. Lo giuro: c’è.
Sempre.

tratto da

Oscar Brilli: Voci dal Centro

OSCAR Voci dal Centro SINOSSI

Indice Racconti di Resilienza