Ero all’apice, quando è giunta l’infamante accusa di latrocinio, antipatia e truffa aggravata. Così, nel bel mezzo del cammin della mia vita, mi ritrovai in una selva oscura intrisa di giudici e avvocati, tra cause, ricorsi e appelli in Cassazione. Credevo di poter ottenere giustizia, alla fine l’ho avuta: ora sono ufficialmente e felicemente un matto.

– Bisogna diventare adulti, per non accorgersi che tutto è follia. – Ha ragione: balliamo.

Ho amato l’azienda come una figlia. Un giorno mi accorsi che era cresciuta, che mi si opponeva, che mi rifiutava. Per un motivo o l’altro i consigli di amministrazione si svolgevano sempre quando ero di riposo o in trasferta. Notai che le mail più importanti giungevano ad altro indirizzo di posta elettronica. Strani ordini di merci venivano evasi in una contabilità parallela e pagati tramite un conto corrente fantasma. Fu allora che commisi un errore fatale: ne chiesi ragione.

Finii oggetto di mobbing da parte di metà del personale. Avevo più di cento persone ai miei ordini, ma iniziarono a non rispettarli. Gli affari andavano male, la cassa dimagriva a vista d’occhio, soffrivo come se avessi una figlia inesorabilmente condannata all’anoressia. Fu allora che commisi un secondo errore fatale: ne parlai con il Grande Capo. Bisogna essere stupidi per non capire come vanno le cose: quell’individuo avrebbe poi preso svariati milioni di buonuscita per il fallimento. Ma io no, non mi rassegnavo. E facevo tutto il lavoro da solo, me lo portavo pure a casa. Lavoravo di notte, nei giorni festivi, senza pace, finché mi ammalai.

Restai chiuso in casa per più di un mese e al ritorno non ritrovai la mia scrivania. Mi dettero una lettera di poche righe, senza nemmeno i cordiali saluti mi comunicavano il licenziamento in tronco per negligenza, mancata produttività e indifferenza operativa. Terzo errore: protestai.
Fui allora denunciato per latrocinio, rigidità e antipatia congenita. Ma io feci ricorso per dimostrare la mia onestà. Mi ritrovai inquisito per truffa aggravata, omissione d’atti d’ufficio e interessi privati in corrispondenza aziendale. Fui anche denunciato per stalking dalla direttrice marketing. Una sera l’avevo invitata a cena per discutere con calma della campagna promozionale dei nuovi prodotti; lei dichiarò che era solo una scusa e che le avevo fatto piedino.

Bisogna essere scemi per non esser presi per pazzi. Mi rivolsi all’avvocato del Patronato Dirigenti Sputtanati, ma era stato corrotto e aggiunse all’elenco altre imputazioni. Poiché portavo le carte a casa fui accusato di lavorare in nero e siccome mi ero collegato da casa al server dell’ufficio si aggiunse il reato di hackeraggio indomito. Come dovuto in base alle leggi sulla privacy, avevo cambiato la password al mio account, e ciò divenne depistaggio d’indagine.
Chiesi aiuto ai miei collaboratori, ma testimoniarono la mia eccessiva rigidità alle regole, tacciandomi di ineffabile abnegazione. A questo punto il vaso traboccò. Mi presentai all’udienza completamente nudo, con un bavaglio sulla bocca. Chiamarono la neuro: Trattamento Sanitario Obbligatorio e ricovero coatto in un Centro di Igiene Mentale, diagnosi “malinconia cronica degenerativa”. Non esiste patologia peggiore, in una Milano da bere. Ma al peggio, si sa, non c’è limite: le analisi del sangue, la TAC, la risonanza magnetica, tutte insieme dimostrarono la mia “assurda, consapevole e reiterata domanda di giustizia”. Fu il viatico per passare dai sedativi all’elettrochoc.

– Non conosco saggi felici. Balliamo. – E se la prendono per pazzo, Signor Coniglio?

A quel punto ero ufficialmente pazzo. Mi dissi: “Vabbè, sono un pazzo. E allora?”.
In quanto malato di mente avevo diritto all’assistenza, all’esenzione, alla pensione sociale, all’estinzione. Potevo dire la mia. Potevo essere come sono, senza alcun senso di colpa, o addirittura decidere di non apparire. Avrei avuto tempo e spazio per giocare, costruire, dipingere, assemblare cornici, coltivare l’orto, fare l’amore, suonare l’ocarina in piazza per poche monete: tanto ero matto!
Ora sono in libertà vigilata. Faccio il volontario utente, in un Centro di Riabilitazione Psico-Relazionale della ASL. Mi piace un sacco, ho trovato il mio ambiente: là posso essere utile a qualcosa e a qualcuno, e quando mi dicono grazie è un grazie vero, senza altri scopi, mica il solito e ipocrita do ut des.
Non sai quante persone hanno bisogno di un gesto di cura… E il bello è che quando lo faccio, quel gesto, fa bene soprattutto a me: mai sono stato così felice. Al Centro ho tanti amici, giovani senza patria, donne mute, anziani tremolanti. Tante vite da raccontare. C’è gente che conosce il dolore e sa riconoscerlo, persino sorriderne. Dovresti venire a trovarmi, Oscar: questo è l’indirizzo, quando avrai voglia di raccontare una storia non c’è posto migliore per farlo. Dovrai solo rispondere a una domanda: “Tu forse conosci saggi felici?”.
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