Arieccola, con l’autunno, con la pioggia e la malinconia. La Signora Lea mi perseguita, non mi abbandona più. Ho seriamente intenzione di denunciarla per stalking. La sera mi metto a letto, mi addormento; ma dopo una o due ore al massimo lei mi sveglia con un colpo tremendo sulla tempia.
Mi alzo, scendo in cucina, preparo un caffè nero, lungo, bollente, e cerco di fare una chiacchiera con la Signora Lea. Se lei si accontenta, se accetta di lasciarmi in pace, posso tornare a dormire. Ma si assenta un’ora, due al massimo, ed eccola di nuovo arrivare puntuale. La Signora Lea mi sveglia, più volte, ogni notte, ficcando un chiodo nella mia tempia, quella destra: «Alzati!», grida perentoria.

Di giorno non si fa vedere, se ne sta silente, ma io so che c’è.
Rimango con la mente appannata fino a mezzogiorno, un’aura come se avessi fumato una canna, almeno immagino sia così. Il bello è che sul lavoro mi sento tranquillo, tutto mi scivola addosso: «E chi se ne frega!», mi dico. E penso a Lea, che è lì, presente, pronta a esplodere a ogni minimo soffio di vento.
Ad ogni modo, di giorno riesco anche a vivere; ma ogni notte, ogni notte l’anima dannata di quella strega vaga in cerca della sua vittima sacrificale. Che sarei io. Non ho altra alternativa: devo cercare di capire, di conoscerla. Altrimenti mi cancellerà.

Va a capire cosa mi fa male... Ultimamente mangio solo riso con le zucchine del mio orto, niente pasta, niente dolci, niente carne - soltanto un po’ d’agnello ogni tanto, perché mi hanno detto che la carne nociva è quella da allevamento intensivo e gli ovini devono per forza pascolare.
È accertato che il cioccolato provoca cefalea in venti minuti e la farina doppio zero entro due ore. Il latte fa starnutire e ingrossa la lingua. La verdura, poi, può indurre diarrea: fenomeno assai fastidioso, socialmente imbarazzante, ed è causa di una spossatezza che ben presto diventa cogitativa profonda e da lì conduce decisa a depressione conclamata. Un mood del genere “oggi va tutto in cacca”.

L’alcool non ne parliamo, per me è puro veleno, per far scoppiare la cefalea mi bastano due dita di vino. Qualcuno dice che la colpa è del bisolfito, ma non è che con la grappa vada meglio. Non mangio mai fuori casa, al bar ordino sempre e solo un caffè e un bicchier d’acqua, qualche volta frizzante.
Eppure sto male lo stesso: malgrado i digiuni imposti, le diete ferree, i cinque piccoli pasti al giorno, le cene leggerissime del tutto prive di carboidrati. Ogni notte mi tocca il grappolo. E quando sto male, lo giuro: sto male veramente.

Ogni volta mi chiedo cosa possa ridurmi in quello stato pietoso: verdura non abbastanza ben lavata? Carne non abbastanza cotta? Un qualche conservante, colorante, aromatizzante, addensante? Quanto sintetico avrò ingurgitato nella vita?
Quando avevo smesso di fumare, per un anno, la sera mi attaccavo alle merendine di mia figlia. C’era stato un tempo in cui al bar mi concedevo un cappuccino – e il problema beninteso non è tanto il latte, quanto quello che ha mangiato la vacca…

Quando l’attacco passa in un batter di ciglia volo felice al settimo cielo. Vorrei quindi individuare una volta per tutte ciò che mi sta avvelenando l’esistenza insieme al corpo, così almeno lo ringrazio.
Mi sono accorto che anche certe notizie fanno male: le mie personali statistiche rilevano una sinergia tra cibi industriali, manipolazioni mentali di Spot e TG. Tutti insieme fanno grappolo e provocano una reazione neuro-psichica degenerativa, che mi intossica generando rigidità e contrazioni, cattiva digestione e infine ecco la Signora Lea.

In tutto questo bailamme i poveri medici, per non perdere la faccia, sono costretti a inventare qualcosa e a prescrivere farmaci del tipo ’ndo cojo cojo. A me invece il meccanismo appare chiaro: si ingoia tutto senza masticare, si mette un peso sullo stomaco, arriva l’ansia e con lei la paura, si stringe il culo, ci si fa il fegato, non si digerisce e alla fine si diventa intolleranti.
Malgrado ciò, anche se ho compreso tale triste verità, sono e resto un intollerante, perché sono costretto ad andare sempre di corsa. Corro sempre: a casa, sul lavoro, anche nel tempo libero, persino al cesso...
Non c’è mai tempo per digerire. E il fegato s’incazza.

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