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Mi dicono che fanno fatica a comprendere, che sto trenta anni avanti.
Io penso che 'comprendere' sia sempre una gran fatica, che l'evoluzione non sia mai gratuita, che la vita non sia una App. Ovvero: ognuno deve farsi la sua App, applicare a suo modo le risorse che ci ha dato Madre Natura. Non è facile, ma non è difficile.

La storia poi che starei trenta anni avanti mi preoccupa, perché basta un attimo per aprire una finestra e guardare l'orizzonte. Trenta anni sono un'inezia, il minimo per avere una visione. Ci sono persone geniali che sono andate molto avanti e che fatico oltremodo a rincorrere (comunque solitari, isolati, bisogna cercarli, non li trovi in tv). Ricordate quel pazzo che disse che in ogni casa ci sarebbe stato un computer? Ora ce lo abbiamo in tasca.
Pochi esempi: PPPasolini, Jim Hendrix, Italo Calvino, Steve Jobs. Solo ora riesco un po' a capirli. Eppure mi dissero che c'era qualcosa che io non vedevo, mi indussero a osservare l'orizzonte, ad una visione a 360°, come davanti a un gran panorama, ad un tramonto indaco sul mare in attesa delle stelle, tra gli scogli, la risacca e il Monte Circeo. No, amici miei, io non sto assolutamente trent'anni avanti, io sto ancora rincorrendo.

Questo pensavo fino ad un attimo fa, tra la mestizia e l'immodestia, ma il solo citare Pasolini mi ha improvvisamente illuminato un suo insegnamento (suo e di quanti altri dovrei citare: tanti). Perché si scrive, perché si fa arte? Ora forse ho capito: per sopravvivere. Sempre la solita storia che il primo bisogno/dovere dell'uomo è la sopravvivenza (non dimentichiamolo, che siamo quasi alla fine e per colpa nostra). L'artista spera che con la sua opera, con il suo manipolare l'argilla, di creare qualcosa che resti, e che abbia un senso universale, che possa esser compreso, o almeno mantenersi vivo, dopo trenta anni, quando ormai non ci dovrebbero interessare più i dati delle vendite e i mi piace su FB.