Blog Brilli

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Io ho un amico (di cui per ovvie ragioni di privacy non posso fare il nome) che ho conosciuto tempo fa in un centro di igiene mentale dove offro la mia opera di mentitore. Roberto (ancora più ovvio che si tratta di un nome di comodo letterario) era finito al centro diurno per una storia di ordinaria follia che lo aveva fatto letteralmente uscire di testa. In pratica si era trovato, nel bel mezzo del cammino della sua vita, in una selva avvocatizia, tra cause e controcause da cui sperava di ottenere giustizia. Invece lo avevano gettato giorno dopo giorno nella più nera depressione. Intolleranza alla prevaricazione a alla iniquità, questa fu la diagnosi quando fu ricoverato d’urgenza in psichiatria. Roberto sorrise: “Oltre il danno la beffa”, o meglio, si disse tra sé, “Col culo rotto e senza cerase”.

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Questa è la storia minima di un piccolo paese, uno come tanti, che ha avuto la fortuna e l’onere di custodire ricchezze naturali. Ma dove c’è miele arrivano le mosche, dove c’è formaggio arrivano i topi, dove c’è odore di soldi i cuori diventano salvadanai. Nessun problema, è sempre la solita eterna storia di Davide contro Golia, sempre la solita favola del lupo affamato e dell’orco cattivo. Ma chissà perché noi siamo ancora qui. Chissà come la storia va avanti.

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Un volenteroso amico, Ema P., mi ha raccontato una storia che ha destato in me enorme meraviglia, per la bellezza della natura, e vergogna, per non esserne mai stato mai così cosciente e grato. Passo subito al racconto di Ema P. in prima persona. La scena si svolge su un viale alberato di un paese in collina, due amici di facce e di storie diverse passeggiano tranquillamente cercando nel francese parole comuni.. Il primo è giovane, tredici anni, nero, che ancora non ha perso la curiosità dei bambini, l’altro è più anziano, pallido, che appartiene ad un’età che compra e non apprezza.

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Trattato assai breve sul Tai Ji, Sesso e Amore.

C’è nel Tai Ji Nei Gong una forza “esplosiva” che viene chiamata “Fa Jin”. Il Tai Ji è un’arte di saggezza che tende, come sempre accade in natura, alla “massima efficacia con il minimo sforzo”. Si cerca cioè di fare come gli animali, ad esempio un serpente, o pure un gatto, che se ne sta tranquillo e sornione, ma intanto è sempre pronto allo scatto. Anche l’uomo dovrebbe fare così: soprattutto ad una certa età si deve tendere a conservare l’energia, a sapere che c’è, a non disperderla in cose inutili. Qualcuno la chiama saggezza, ma va anche bene pigrizia.

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 “Un uomo è ricco quando spende meno di quanto guadagna”

Nonna diceva che in gioventù era stata amica del principe di Costantinopoli, dell’esarca di Ravenna e del conte palatino cavaliere del sacro Romano Impero, un tal Antonio Griffo Flavio Ducas Gagliardi De Curtis, che lei, sin da bambina, chiamava Totò. Si vantava anzi che, essendo nata a Napoli nel 1898, lei il 2 agosto e lui il 15 febbraio, erano cresciuti insieme ed era stata lei, all’età di quattro anni a chiamarlo così.

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“Che tipo Tito Flavio!” si disse con un sorriso.
Ricordò la sua ultima lezione: “Il mito del serpente nell’arte erotica amatoria romana.” Le era piaciuta molto, e la ricordava parola per parola, la sua spiegazione sul significato di “Fare l’Amore”.
“Ora ascoltate ogni parola e conservatela sempre. Io vi dico: per comprendere l’Amore bisogna innanzitutto praticarlo.

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Caro amico, ci siamo, oggi pubblichiamo l’ultimo capitolo della "Formula di VinJi", il cinquantaduesimo capitolo.
Io sono stato ai patti, 52 capitoli, uno a settimana per un intero anno.  Ci ho messo un bell’impegno, ma mi sono divertito e in più ho viaggiato in un mondo fantastico. Solo alla fine mi sono accordo che in fondo non ho fatto altro che volare come Peter Pan e immaginare una Città del Sole. Mi sono accorto di aver vissuto in un mondo virtuale, comunque assai più divertente di un videogioco sullo smart.  

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Devo riconoscerlo, non riesco più a parlare con nessuno, da nessuna parte, sul lavoro, in famiglia, con gli amici, forse nemmeno più con me stesso. Appena inizio a dire qualcosa, o anche solo a pensarla, subito mi interrompe una domanda: “Dove vuoi arrivare?” o un’affermazione definitiva: “Io so dove vuoi arrivare.”
Sembra che appena uscita dalla bocca la parola segua un percorso predefinito e deve per forza arrivare da qualche parte. Dove vuole arrivare già si sa. Accade  come in un famoso verso popolare: “… era lì che voleva volare l’uccellino della comare”. Abitudini e precondizioni sono come dei vortici che catturano le parole e le fanno precipitare in un abisso di ovvietà unite solo dalla logica del funziona così. “E chi non piscia in compagnia o è un ladro o una spia”.