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«L’Arte è l’arma migliore contro ogni disintegrazione»

 Un’ottima dimostrazione di questo assunto ci è stata offerta da Francesco, Luca e tutti i componenti del gruppo ScuolaTeatro con la rappresentazione di Medea, tragedia di Euripide, in seno ad un progetto del Liceo Dante Alighieri. Il MIUR, ministero dell’istruzione, in concerto con la UE, stanno oggi proponendo il tema della “integrazione” e della “inclusione” per favorire progetti a breve e lungo termine.

«Integrazione» sia nel senso dell’inclusione della diversità, partendo dai ragazzi “diversamente abili”, sia della accoglienza di migranti di altre culture ed etnie.
Nel progetto del Liceo abbiamo assistito alla dimostrazione di come l’integrazione e l’inclusione siano efficacemente possibili attraverso il teatro e l’arte in genere, come esse siano insostituibili ed essenziali. I nostri sentiti complimenti si basano su due elementi, diversi ma coerentemente integrati.

La storia di Medea è perlopiù conosciuta, una regina barbara lascia la sua terra per non essere accolta in una nuova patria, per amore di Giasone uccide il fratello, e sempre per amore ucciderà i suoi due figli. Una tragedia letteralmente greca.
La rappresentazione si è svolta in due momenti differenti, proposta dai ragazzi di Fiuggi al Teatro Comunale e poi dai ragazzi di Anagni al Collegio Principe di Piemonte.
Ho visto entrambe ed è doveroso sottolineare come, in quella di Fiuggi, si è svelato un plus-valore di straordinaria empatia. L'incipit ad Anagni è stato affidato ad una voce fuori campo. A Fiuggi Il cantore è Francesco, in una tunica nera, illuminato, claudicante, appoggiato ad un bastone alto come lui. I pastori usano bastoni lunghi per meglio difendersi o gestire gli animali. Con un andare incostante sia di parola che di movimento, Francesco ha donato alla scena un'apertura sconvolgente per un immediato rapimento dello spettatore.

Nella mitologia greca il cantore, il poeta, era colui che pur di toccare il senso della verità donava agli dei i suoi sensi, pur di possedere una visione del mondo e dell’animo umano, era disposto a rinunciare alla stessa visione degli occhi, per questo Omero, Euristeo, erano ciechi.
“Toccato dal Dio”, dicevano, ed era proprio colui che oggi la nostra cultura, che ama definirsi civile e moderna, chiama “diversamente abile”, o “portatore di handicap”, con un misto di ipocrisia e presunzione.
Francesco è apparso improvvisamente ai proci come un Euristeo toccato dal Dio. Ci ha immediatamente trasportato oltre il mito e la storia, nella pura dimensione dell’arte, facendo dimenticare ogni diversità, anzi facendo della diversità la vera essenza di un’arte.

Anche nella rappresentazione di Anagni c’è stato un momento di alta empatia quando la Medea, proveniente dal Classico, ha declamato un passaggio direttamente in metrica greca. Un momento fantastico, apprezzato dalla platea con un applauso a scena aperta. Ma Francesco, occorre dirlo, con quell’incedere elegante e strattonato tra metrica e movimento ha naturalmente creato quell’atmosfera da etichetta nera tanto desiderata da Euripide.
Immedesimandosi totalmente nella parte, affascinando, commovendo, trascinando tutti gli attori in un’empatia drammatica, tanto che non recitavano, ma erano, Medea, Giasone, Creonte, il Coro... ha lasciato il pubblico in un silenzio attonito. La supposta diversità del Cantore si rivela come il plus-valore di ogni cultura che sa evolvere.

Il secondo motivo che giustifica i complimenti è nella stessa scelta del titolo. Medea fu rappresentata da Euripide nel 431 avanti Cristo, l’anno in cui veniva dichiarata la guerra del Peloponneso, greci contro greci.
Atene, pur essendo madre della democrazia, non concedeva cittadinanza a chi non era figlio di entrambi i genitori ateniesi. I figli di Giasone e Medea non avrebbero mai potuto essere cittadini ‘normali’. Era una società che non dava alle donne alcun diritto, ai barbari migranti nessuna dignità. Così Medea, barbara, regina nella sua terra, si trovò scacciata e senza patria, senza nemmeno poter tornare nel suo paese, l’unica possibilità concessale era la disperazione.

Occorre dire che nell’età di Pericle (come in tante altre democrazie) c’era libertà di parola a patto di non accennare neppure lontanamente alle contraddizioni del potere. Così gli artisti, allora come oggi, si rifugiavano nel mito.
Euripide cercò di far intendere ai suoi concittadini che rimanendo chiusi nelle proprie mura culturali, mettendosi in concorrenza e in difesa di effimeri privilegi, non includendo nuove risorse, non integrando i cittadini di altre etnie, si sarebbero automaticamente-condannati all’estinzione.

E così fu. Euripide diceva: facciamo attenzione che un immigrato senza più patria, senza più casa, terra, tetto, letto, pane e dignità, potrebbe essere tanto disperato da esser capace dei crimini più atroci, come quello ad esempio di una madre che uccide consapevolmente i suoi figli. Quanta attualità in una lezione quattrocento anni avanti Cristo!
Luca Simonelli, il regista, ha quindi azzeccato il testo e gli attori, tutti dilettanti, ma in grado di una presenza scenica da veri professionisti. Luca ci ha detto, con Euripide, che l’arte è integrazione e può essere veramente il mezzo per dar soluzione ai molti problemi di intregrazione (soprattutto mentale) del nostro paese. E la Scuola ne è il motore.

Per non passare per uno strenuo campanilista entusiasta devo però riconoscere e accettare personalmente un’altra lezione di Euripide.
Nel fondo di ogni democrazia si nasconde sempre il seme di una tirannide che si regge con lo sputo del “funziona così” e tenta di sopravvivere a se stessa senza concedere nulla al fuori, all’altrove, all’altrimenti.
La fine di una cultura inizia dall’arrocco, quando ognuno si chiude nel suo castello, difende esclusivamente i propri privilegi e pensa di poter governare dall’alto di una torre, oggi magari da un grattacielo. Trump e compagni dovrebbero studiare un po’ di storia.

Oscar Brilli, di fronte al silenzio assordante provocato dall'incedere scarno di parole del Cantore, dal primo grido disperato di Medea, dalla tardiva consapevolezza di Giasone, non può far altro che confrontare la Medea di Euripide con se stesso e con i nostri tempi. E si vergogna quando scopre di essere in concorrenza con i suoi stessi concittadini, quando è indotto a considerare ogni diversità come il capro espiatorio della sua incapacità di intendere il diverso, quando il suo grido muto e insabbiato gli rivela il suo proprio terrore di riconoscersi egli stesso un diverso.

E diverso è allora il portatore di handicap, il gay, il giallo, il negro, il malato...  A questo punto Oscar, in vena di pentimento, si chiede: "Se io ancora ritengo diverso chi arriva da un posto distante solo pochi chilometri da casa. come posso integrarmi con chi giunge con fatica da porti lontani, portando con sé un'altra lingua, un'altra cultura, e musica, e canti, riti, religioni? Come mi sarà mai possibile crescere, imparare, se non mi confronto, per paura, solo per paura, se non analizzo le mie ancorate e indimostrate credenze con un altro modo di essere?"  Purtroppo, caro Euripide, il mondo non cambia. E non è certo la prima volta che una civiltà finisce per disintegrazione.

La conclusione di Oscar, che a questo punto fingo di non essere io, è sin troppo amara: come faccio a parlare di integrazione, a pretendere di insegnare l'inclusione, se io stesso sono un disintegrato? Ho il fegato che va da una parte e il polmone dall'altra, il cuore che parla e il portafoglio che pensa, vivo di concorrenza e non condivido nemmeno con il mio vicino di bottega, voto politici che credono che la polis sia essenzialmente un affare personale, e all'orizzonte non vedo un Euripide qualsiasi. Forse l'integrazione parte da me, dal tentativo di essere finalmente un integrato, con gli uomini, con la cultura, con il mondo.

Vostro Oscar Brilli           

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