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"Tu sai chi sono" Racconti filosofici di Oscar

La mia Lei da sempre
Si è presentata stanotte senza che io la aspettassi affatto.
Avevo chiuso la porta, spento tv e wifi, indossato la tuta leggera che mi fa da pigiama. La notte a volte ho crisi di freddo, tra le due e le tre, forse ho problemi di fegato, di rabbia. Mi ero steso col mio videogioco preferito, la luce dello smart è sufficiente, ma attira i moscerini che confondono i numeri. Mi son fatto un sudoku, difficoltà media, il tempo di rilassarmi e poter dormire. Tutto regolare, come alsolito.
Stanotte non aspettavo nessuno. Tantomeno lei - Hai il volto di una donna che conosco -

Aveva i capelli di quel biondo lucente che appaiono fatti di stelle - ma non ho idea di dove mai ti abbia conosciuto - snella e fiera, occhi verdeazzurri, chiarissimi, cielo sereno - eppure mi sembra di conoscerti da sempre - volto candido e lucente come quello di una bambola di biscuit - Chi sei! - la donna più fascinosa ed elegante del mondo.
Lei era in piedi, eretta come una Venere nuda, davanti a me steso in tuta sul letto in preda ad una crisi di freddo, forse erano le tre della notte - Ho preso le sembianze di un volto a te conosciuto, ma dimenticato - Era talmente eterea che mi ricordava un'attrice di un film in bianco e nero che vidi da bambino alla tv - Sono ben altro, sono lei e sono tutte - Ricordava mia madre, da giovane, in una foto seduta felice su una coperta in un prato, stesso sorriso - Tu sai chi sono - Lo dovrei sapere, penso, ma non ricordo.

Da sempre abbiamo la sensazione di conoscere qualcuno o qualcosa che non ricordiamo, che ci segue, di cui sentiamo comunque la presenza, una sorta di angelo custode come credevamo da bambini, o forse uno spirito guida come dicono gli sciamani, un cordone ombelicale che ci lega a qualcuno o a qualcosa, che ci fa sentire veri, ma non sappiamo che cosa sia - Tu sai chi sono - o forse non vogliamo saperlo - Chi sei! - forse è un qualcosa o un qualcuno che ci mette paura.
Lei era bellissima, una di quelle donne capaci di sconvolgere, annichilire tra amore e odio, che può apparire come la donna più bella e fascinosa del cosmo o la strega più malefica di tutte le fiabe. E mi stava davanti, mi parlava - Tu sai chi sono - Era lei, la Lei attesa da sempre, la Lei che non si fa riconoscere, la Lei che rappresenta il mistero, la Lei da cui tutti, sempre, distogliamo lo sguardo.
Mi ha guardato con un'espressione seria e calma, piena di misericordia - Ma tu puoi riconoscermi - Io non sapevo proprio chi potesse essere - perché tu mi conosci, ti accompagno da sempre - Ed ecco che in quel momento son caduto nel pozzo nero della rimozione.

È stato allora che Lei, più meravigliosa della meraviglia, si è tolta il foulard e si è sciolta i capelli - Ho preso un volto da te ben conosciuto, per rassicurarti, per farti piacere - Indossava una tunica bianca, forse di seta, che le aderiva al seno, ad una coscia, alla vita - Non aver paura di me, non scordarmi anche stavolta - talmente vaga e trasparente che io, rapito dal triangolo nero tra le ascelle e il pube, non avevo notato che il suo volto stava mutando - Io sono la tua unica Donna, sono la tua Vita - Ora aveva il volto simile a quello dolcissimo di mia nonna - e come sono Vita, io sono la tua Morte - il corpo candido come quello di una bimba, senza peli, senza veli - Chiamami come vuoi, non importa avere un nome - ed io, inebetito dalla bellezza accecante, dalla sua splendidezza vitale, non avevo parole, non ero più "io" - Non ti sembri mistero, non chiamarlo miracolo - La mia mascella aveva ceduto lentamente, avevo la faccia dello stupido idiota colto da stupore - Non pensarmi un incubo, non sono un sogno, sono quello che sono - Dimmi il tuo nome - ed ora sono qui, sono venuta da te, per te - Era venuta per me, questo ho pensato: "Ecco è finita".

Chiediti perdono
Non avrei mai potuto riconoscerla, la Morte è uno scheletro ambulante, lo sanno tutti, la Morte viene con la falce e un sacco di tela in cui ammucchia le nostra ossa, «infinite ossa che in terra e mai semina morte» - Anche la Speme, ultima Dea, fugge i sepolcri, e involve tutte cose l'oblio nella sua notte - Ma benché fosse già notte, erano forse le tre, in quel momento era tutt'altro che oblio, avevo di fronte la donna più bella e affascinante del mondo, che emanava il più dolce odore di speranza, odor di rose che sbocciano, labbra che invitano al bacio e seni all'abbraccio, - «Mi alzo».
Gli occhi della mia donna di sempre erano carichi di apprensione - Sappi, caro Oscar, che il mio cuore trabocca di tenerezza materna per tutti coloro che sono miei amanti - Adesso Lei aveva il corpo di Aphrodite, senza dubbio - Sto per offrirti interamente il mio corpo fatto di nuvole e fumo - Io ero in piedi che avrei potuto toccarla, toccare i suoi capezzoli pieni ed eretti - Son venuta solo per chiederti se hai deciso finalmente di chiederti perdono - Avrei dovuto inginocchiarmi, come si usa per una Dea o di fronte alla Morte, chinare il capo, ma non avevo mai pensato che avrei dovuto inchinarmi a me stesso - Tutto ciò che voi uomini non siete capaci, io posso, sono dea, demone e donna - Avrei dovuto saltarle addosso come si addice ad un vero maschio - ma non sono io a dover perdonare - Il richiamo erotico era insostenibile - una dea non perdona, non esprime giudizi, ti accetta, ti ama - e se uccide è per amore, ora lo so, è solo per amore.

Si è seduta sul letto, il triangolo nero tra le sue gambe focalizzava intero il mio sguardo come su uno sbocciare d'orchidea - C'è solo una differenza, mentre la vita è mutamento, la morte è stasi, dipende da te - Mi sono messo in ginocchio, non so se per devozione o per avvicinare il mio sguardo a quel fiore perenne - non sono io a poter perdonare te, sei tu che da sempre dimentichi il mio volto - "Adorare o odorare", in quell'istante era l'unico mio problema. Lei ha sorriso, ha stretto strette le sue cosce, ha raccolto la sua tela di seta da terra - Stanotte non sono venuta per prenderti, tantomeno per donarmi - Si è alzata più bella che mai, nel mistero della Bellezza che mai si riuscirà carpire fino in fondo - oggi ho ben altro da fare, la morte è sempre occupata - Si è annodata il foulard al collo, a mo' di cappio, ha sistemato i capelli con un laccio nero - Oggi sono venuta semplicemente per metterti sull'avviso.- ed io ho alzato il mio sguardo.
Ora aveva il volto e il becco di un'aquila, le sue braccia ali nere con cui ha coperto il suo seno gonfio - Spero che ti decida una buona volta a chiederti perdono, a riconoscere la tua vita, per quello che è, e niente altro - Ed è stato allora che si è girata di spalle, ha aperto le sue ali ed è svanita.
Non ho detto nulla, non ho fatto nulla, non ho pensato a nulla, mi son di nuovo steso sul letto, ho incrociato le mani sul petto come se fossi già morto, e solo allora le ho chiesto mormorando, con il timore che mi sentisse, un bacio sulla fronte, così, come quando ero bimbo, per la buonanotte. Ho chiuso gli occhi aspettando le morbide fresche labbra di una mamma quando sente se il suo bimbo ha la febbre. Ero pronto, attendevo il suo bacio. Mi sono svegliato all'alba ancora vivo e contento.

A mente vacante
Nei tre giorni seguenti ho archiviato l'episodio come un brutto sogno, non ne ho parlato con nessuno, avevo timore che si nominasse la parola "allucinazioni", o che qualche amico in chat mi chiedesse se mi ero fatto una canna, ma io ero sobrio, lo giuro ero sobrio, non avevo bevuto nemmeno un dito di vino. E poi mai mai, ripensandoci, avevo vissuto un sogno così palpabile, quel capezzolo io infine lo avevo toccato, ne ero sicuro, e si era irrigidito.
Mi dico: a me non manca nulla, dalla vita ho avuto tutto quello che cercavo, tranquillità, famiglia, lavoro... Successo no, non mi interessa, significherebbe mostrarsi, mettersi in gioco, io sto bene così. Allora perché non mi sento felice, perché non sono un cielo sereno e vedo la mia vita sotto nuvole scure gonfie di pioggia spinte dal vento chissà dove. Da qualche parte andranno a morire - dipende dal vento.

Se penso alla morte mi vien voglia di fare qualcosa. È un bel pomeriggio di sole, mi sono sistemato con sigarette, kindle e cellulare sulla sdraio in giardino, è vacanza, mi son detto, seppure obbligata. A casa senza campo sono costretto al silenzio. Quindi lascio che la mia mente sia vacante, chiudo gli occhi e mi lascio andare.
Ma il pensiero non smette mai di pensare, è sempre alla ricerca di mettere parole a idee e sensazioni, ai ricordi. Ora, baciato dal calore del sole che si appresta al tramonto, mi torna in mente Enzo, Moira, Giorgio, Emma che se sono andati nel frattempo, in silenzio, senza un saluto, un funerale. Non ho potuto elaborare la loro mancanza con gli amici. Tutti per un tumore al cervello, ma non importa, anzi, mettiamoci Arnaldo, Silvia e Remo, 24 anni, si dice sia stato colto da una leucemia fulminante, gli hanno dato due mesi, non mi sarà possibile salutarlo. Come fare in chat quando non ci sono parole, quando un'emoticon non potrà mai sostituire uno sguardo. Io ora sono qui, tranquillo, senza campo, senza wifi, me ne frego, meglio godersi la vita, a mente vacante, visto che sono costretto alla solitudine e al silenzio.

Un uccello su quel ramo continua il suo canto, chissà che cosa dice, anzi, lo so: non c'è richiamo più ancestrale che il voler fare l'amore. La molla della vita è sempre la stessa, mettersi insieme e creare qualcosa che prima non c'era, e poi per miracolo c'è. «Eros è Arte», questo è il mistero, sopravvivenza, eternità, è metterla in culo alla morte. La mente vaga, senza freni, e quasi quasi mi sto eccitando.
Eccola di nuovo quell'ansia che apre il balcone dei mille infiniti, ecco la vertigine, ecco la paura dell' inconosciuto, anzi dell'inconoscibile. Sgomento. Ho bisogno di dargli una faccia, prima che diventi terrore. Preferisco una mascherina alla classica iconografia della morte. Ottimo alibi, perfetto.
Lei è qui, ora, la vedo, anche Lei indossa la mascherina, anche la morte ha paura di un virus - Ciao - mi saluta - Chi sei - mi fingo - non mi riconosci? - e abbassa la mascherina - Tu sai chi sono - tu sei la morte, le dico mentre non lo penso, stavolta non mi frega - Ma che dici, io sono bella! - Tu puoi assumere ogni sembianza - Ora io sono bella ed io ora ti amo - Come fai ad amarmi se nei miei occhi vedi terrore mentre i tuoi sono pieni di vita? - Tu non hai paura di me, tu hai paura di amarmi, hai paura del dolore che c'è sempre dentro ogni piacere - Tu mi stai forse dicendo che ho paura del piacere?- Tu hai paura di godere la vita - Ma va là, tu non mi conosci per niente, tu sei solo un incubo, ed io sono un vizioso.

Guai a lasciare la mente vacante, complice il silenzio e il canto di un fringuello. Un brivido mi scuote, mi sveglio, forse stavo dormendo. Sono felice, mi dico, io sono felice, ripeto, ma mi viene voglia di condividere, di comunicarlo a qualcuno.
L'amore si fa sempre in due - la Bellezza è tale solo se viene condivisa - ma io sono solo - e non la si ruba a nessuno - ora sono solo con la mia morte.
Guai a lasciare la mente vacante, complice l'indaco del sole al tramonto, in risonanza con qualcosa di cosmico - Ciò che è visibile continua nell'invisibile - Il mio pensiero gira vorticosamente come un satellite intorno all'ennesima galassia, cerca in quel vuoto di lasciare un segno, come a qualcuno che prima o poi passerà di lì. Ma è come voler fare un segno nel nulla, nell'invisibile. Forse l'arte è tutta qui.
Mi accorgo che miracolosamente la sensazione di paura svanisce - Si può! - forse in quel cosmo io sono già morto, o forse lì sono le mie radici. E tutto questo mi mette la voglia di fare, fare arte, fare sesso, comunicare qualcosa, in qualsiasi modo - le Vie del Signore sono infinite - Mi prudono piedi e mani, il sole è ormai oltre i monti, altrove. Il fringuello si è appisolato, o ha trovato pane per il suo becco. Mi alzo, cerco un quaderno, prendo una penna e inizio a scrivere: "Se penso alla morte mi vien voglia di fare".

Il mio funerale
Ormai la situazione mi è chiara - Sono io che ti possiedo, da sempre - Sogno o realtà? Questa distinzione inizia a sfuggirmi. Vago per casa, mi metto a cucinare, colazione pranzo cena, guardo il TG, leggo Agata Crhistie, faccio un sudoku... Lei è sempre presente, connessa, ancor più del mio smart. Qualsiasi cosa io veda, senta, odori Lei è qui, ovunque, in ogni cosa e in ogni persona.
Su questo però ho dei dubbi: Lei è presente in ogni oggetto, ma non in ogni uomo. Mi chiedo se questi sia peggiore di un oggetto, se il mio Smart sia più vivo di un uomo inconsapevole e meschino, se io sia un computer organico super-programmato. Non è problema da poco. Da quale parte mi dovrei catalogare, tra gli enti pensanti o tra le cose pensate? Sono destinato alla tomba o alla discarica.

Mi è tornato in mente un articolo letto chissà dove, un metodo di meditazione trascendentale - "immagina il tuo funerale" - Ecco io ora muoio senza un funerale, l'unico funerale che mi importi, ora lo so: ad ogni funerale ho sempre pianto la mia morte - Non dite che a voi non capita lo stesso - Mi piace vedere la faccia della gente, la qualità del loro dolore per la mia dipartita, i finti lamenti, le lacrime furtive, mi diverte sgamare chi mi vuole bene veramente. E invece eccomi qui, ora, a morire in quarantena, con moglie, figli, parenti lontani. Senza un funerale non si muore mai completamente - I morti sono coloro che restano - Non accade solo a me di sentire le voci degli avi

Abbi coraggio
Nel mio solito dormiveglia notturno, quando sembra di aver dormito ore e invece non son passati che venti minuti, ho la sensazione di qualcuno che si siede sulla sponda del letto, sento come un'onda, un avvallamento in cui poter cadere, lasciare che accada. Ma resisto, apro gli occhi, la luna illumina solo una parte della stanza.
Lei è qui, in penombra, ancora più bella, ancor più femmina, dagli occhi stavolta scuri come la notte, come quel pozzo nero in cui ho paura di annegare. Seduta in un'elegante ma scomoda posizione, sul bordo quasi a stabilir confine, ha un cipiglio tenero, ma austero, pronto al rimprovero. Mi scruta silenziosa, si offre, con la sua tunica leggera che rende etereo tutto quel che ne traspare. Il mio sguardo vorrebbe gettarsi in quel buio, lasciare che sia, ma la paura è sempre più globale.
Inspiro leggermente l'aria che mi manca, assaporo la fragranza di un odor d'ambrosia. Riesco infine ad alzare gli occhi nei suoi occhi, col desiderio di appurare se lei sia vera, un sogno, un incubo, un invito, un'allucinazione, un miracolo... Non ne ho il tempo, Lei inizia a parlare.

Così, caro Mio Oscar, ancora non hai deciso se vivere la vita - Il tono di quel "Mio" mi mette in allarme - Ti ho dato tre giorni, il tempo della passione, è giunta l'ora che tu decida - Lo confesso, nel vederla in quella posa pensosa e soave non capisco cosa mi sta dicendo - Ora attendo la tua risposta, poi deciderò io che cosa fare.
Lei è più bella e desiderabile che mai, vorrei essere D'Annunzio per dedicarle i miei versi di voluttà - Ancora non hai trovato le parole del coraggio, ho atteso decenni, ora il tempo è scaduto - Sposto con cautela un piede verso di lei per cercare contatto, ma lei si ritira, accavalla le gambe, custodisce così il suo mistero, mi nasconde l'origine del mondo.
Capisco, mi drizzo seduto su un cuscino, seminudo, così come dormo quando è caldo - Attendo, sono qui solo per te - non ho altro dentro che l'insostenibile desiderio di possederla - Non puoi possedere la tua vita né la tua morte se prima non ne vieni posseduto - Mi gira la testa - Oggi sono qui per questo.
La sua tunica lentamente scivola dalle spalle - Mi concedo o mi congedo? - potenza di una consonante!, mi dico in un'assoluta afasia - La scelta è sempre stata e resta sempre tua - come tra la vita e la morte, sempre, in ogni momento, sin da quando ho creduto di essere nato - in ogni istante sei nel mutamento.
Ora sono qui, in totale stasi eppure in un frenetico andare - Posso assumere infinite sembianze - Tu non sei vera, sei solo un sogno, tu non esisti - Prova ad allungare una mano, toccami con due dita - Non mi freghi, la Morte è intangibile, non si può toccare - Perché altrimenti prendi la scossa? - Beh, effettivamente... - Ma tu sei veramente convinto che tutto ciò che tocchi sia vero? - Beh, effettivamente! - Quindi io, tu dici, sono una "fake" - Beh, effettivamente... - Allora toccami, abbi coraggio, tocca con mano.

Mi faccio coraggio... Ovvero: il coraggio si fa me. La mia mente è talmente bloccata dalla paura che non sento le mie dita attirate da una forza gravitazionale potente, ora stanno raggiungendo il limite di un suo fianco, ora vagano sul suo ventre, ora si dirigono verso l'origine - Tu ora mi credi perché mi tocchi, ma tocchi materia, l'illusione - Tu sei forse una proiezione dal cosmo? - Io sono vera nella matrice madre, sono il sorriso dell'eterno, quando lo godi è paradiso - Ok. Tu sei il paradiso in terra. Ritraggo di scatto la mano come se toccassi fuoco. Non è possibile quel che mi sta accadendo. Lei è qui, provocante, tutta per me. Ma io ho paura.
Lei, tornando ad un volto da vecchia megera, fa una smorfia di disgusto, si alza, mi volta le spalle come per andar via - Oggi non son venuta per chiacchierare, ma per decidere il tuo destino - Resto zitto muto freddo inanimato, uomo senza volontà, senza più alcuna intenzione, come morto - Ti lascio qui, verranno a prenderti i becchini a tue spese.

L'abbandono
La cosa che più, da sempre, mi mette terrore, forse l'unica, è la sensazione dell'abbandono, ricevere il rifiuto da una donna, da un'amante, da una madre, anche se solo il rifiuto di una carezza.
La vedo andar via, dalle sue forme perfette, con quel passo elegante, mentre sono colto dall'apnea del panico, dall'impossibilità di un movimento, di emettere un soffio di suono, un gemito, un pianto. Ecco questo è il dolore, questo è l'inferno, ora mi prenderà un infarto. È così che muoio. Ma io voglio vivere, vivere! Devo dirle qualcosa, trattenerla, ancora un istante, dire che questa volta ho capito la vita.

Così d'improvviso esplodo in un urlo - Fermati ti prego! - poi cedo in un lamento, frignante, come un bimbo - cosa devo fare per scegliere, dimmelo tu, io voglio vivere, godere la mia vita. Lei si blocca, la mano sul pomello della porta, si gira, mi guarda, ha le pupille di una tigre - Godi la tua morte, ogni giorno, possiedila - Dimmi ti prego come fare per farlo - e non dimenticarmi mai più - l'ho saputo solo ora che non ho mai ancora vissuto: son qui, farò tutto quello che tu vuoi - lasciati possedere da me.
Ho aperto i palmi delle mani verso di Lei, come per dirle son tutto tuo - Ti sei deciso allora - ma lo dice con un ghigno da strega, eccitante quanto non mai - Vieni da me, vieni con me, seguimi oltre il colle dell'incenso.
Allora le chiedo: "Sono già morto?"

Sono una statua di ghiaccio. Lei mi guarda, leggiadra, si avvicina, lentamente, un centimetro dietro l'altro - Quanto sei bello amore mio, quanto sei bello - le sue labbra sono nastro di porpora - Non scuotere dal sonno l'amore finché non lo desideri - Desiderare la morte, non posso, non voglio - Lo vedo bene - Lei dice con malizia - il tuo vessillo si alza impetuoso - mentre osserva il mio ventre di grano - Quanto più inebriante del vino sarà il tuo amore. Impotente sto davanti a quel pozzo nero di acqua viva che mi invita a bere - Non puoi uscire dal pozzo se non sai che ci sei già dentro - Ho paura, non so nuotare - Eppure nasci dall'acqua in posizione fetale - Ho bisogno di qualcosa di rigido a cui aggrapparmi - Allora toccami se vuoi, ovunque se puoi - C'è latte e miele sotto la sua lingua - Prima che spiri la brezza del giorno me ne andrò - È vero: sei vera, sei natura, sei materia, sei corpo - Tutti uguali voi uomini, così attaccati al corpo, a quello che muore e non a ciò che resta - L'abbandono: il visibile supera se stesso e continua nell'invisibile - Così l'Uomo mette radici nel Cosmo.
Capisco, mi pare di capire, c'è poco da capire, sin troppo semplice, lo abbiamo sempre davanti agli occhi, ma non avrei mai pensato che per nascere avrei dovuto fare l'amore con la mia morte. Sento in lontananza il vagito di un neonato.
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