“L’Esame di Fabio: cosa è l’equilibrio?” 2.1.2
Fabio l’aveva capito subito, sin da quando era stato invitato su alla Chiesetta per sostenere un esame e ottenere la tesi. “Ci vediamo domenica all’alba:”
Fabio partì da casa alle quattro del mattino, senza peraltro essere riuscito a chiudere occhio perché l’ansia dell’esame non lo lasciava dormire.
In tutti gli esami sostenuti aveva potuto contare su un programma e tenere sul comodino i testi consigliati, di solito si faceva mappe mentali sui vari argomenti che ripassava addormentandosi, ma ora? Che cosa gli avrebbe chiesto, cosa avrebbe fatto il professore? Su cosa doveva prepararsi? Aveva ripassato i fondamenti della fisica classica, fino al principio di indeterminazione di Heisenberg, poi che altro? La preoccupazione gli faceva mancare il respiro. E il professore si comportava da matto.
Arrivò alla chiesetta di San Benedetto che il professore stava preparando il caffè, aveva dormito in sacco a pelo e si era portato dietro un fornello a gas e una macchinetta moka, altro vezzo del professore, per lui il caffè era un rito. Seduto sui due scalini della chiesetta lo accolse con un gran sorriso porgendogli una tazzina fumante, raffinata ceramica cinese. “Il caffè è un rito, se è di plastica che rito è?”
Lo gustarono nero bollente a piccoli sorsi, in silenzio, a mirare l’aurora che colorava la valle. Pulselli amava quel posto, ed è lì che condusse Fabio per sostenere l’esame.
“Ora Fabio, dimmi che cos’è l’ Equilibrio.”
Fabio fece ricorso a tutte le sue conoscenze, di matematica, di fisica, di chimica, persino di storia dell’arte, citò il Partenone, parlò della sezione aurea, della serie di Fibonacci, della tavola di Mendeleiev, dell’equilibrio del Tao, infine era soddisfatto, pensava di aver risposto alla grande.
“Bravo!” Il maestro gli sorrise in segno di approvazione, ma aveva tra le labbra un non so che di sardonico.
“Bravo coglione.”
Fabio lo guardò stupito come in contropiede.
“Hai fatto un bel ragionamento, bravo. Mi hai dato una perfetta risposta intellettuale. Bravo nel senso di coglione.”
Fabio non sapeva proprio cosa pensare.
“Hai parlato con la testa, in questa chiesetta c’era la tua mente, non ho visto il tuo corpo. Dove era il tuo equilibrio?”
Fabio si guardò addosso come se avesse dimenticato qualcosa. Il professore incalzò spietato. “E tu mi vieni a parlare di equilibrio. Facevi più bella figura a dire ‘non lo so’. Prima di tutto impara a non sapere. L’uomo è generalmente così coglione perché pretende di sapere ciò che ha mandato a memoria in qualche corso, non fare questo errore. Quel che mi hai ripetuto sono frasi senza senso, intendo dire: senza sensi. ” Il maestro gli ordinò di fare quel che Fabio mai si sarebbe aspettato: “Alza una gamba. Stai in equilibrio sull’altra. Immagina di essere una gru. Stai in pace, una mente non pacificata da una calma profonda non sarà mai in grado di affacciarsi sugli infiniti dell’apprendimento.” “Ecco, ora io vado a fare una passeggiata, una mezz’oretta, non di più, tu resta su una sola gamba, non poggiare mai il piede a terra, non imbrogliare, confido nella tua onestà. Buon lavoro. Arrivederci.”
Fabio restò solo nella chiesetta su una sola zampa.
Per i primi cinque minuti immaginò di essere un equilibrista del Circo Orfei, a braccia larghe su un cavo d’acciaio teso in alto nel tendone, con centinaia di occhi che lo osservavano meravigliati dal basso. Ma ben presto sentì i muscoli tesi e dolenti con la netta sensazione che stesse sopraggiungendo una dolorosa tendinite. Appena riusciva a trovare un assetto soddisfacente arrivava un qualsiasi pensiero a distrarlo, bello o brutto che fosse richiamava urgentemente la sua attenzione, così si ritrovava ad annaspare nel cielo pur di non perdere l’equilibrio.
In realtà per ben tre volte, con la mascella serrata e le lacrime negli occhi, fu costretto a poggiare un piede a terra per non cadere e quindi ricominciare da capo. Ben presto si ritrovò dentro una sfera di dolori lancinanti, erano ovunque, non solo nelle gambe e nei piedi, anche nei reni e nelle tempie. Fece tutto il possibile per restare dritto in equilibrio come una gru, cercando persino di aggrapparsi a terra come se le sue dita fossero artigli, ma era sempre sull’orlo di un abisso.
Non ce l’avrebbe fatta, quel che gli aveva chiesto il maestro era al di sopra delle sue capacità. Inutile fingere, le sue conoscenze di fisica elementare non erano sufficienti a garantirgli un dinamico equilibrio. Provò ancora due, tre volte, le lacrime ora scendevano copiose, ma riusciva a resistere solo quattro minuti, non di più, doveva cedere e riprendere la posizione ancora più stanco e demoralizzato di prima. Pensò di gettare la spugna, di dire addio alla tesi. Vabbé! Almeno ci aveva tentato. Fu allora che avvenne il miracolo.